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Sanzioni UE per Google troppo tardi e troppo poco – di Riccardo Berti

Pubblicato Giovedì, 26 Luglio 2018 da Diritto Pratico    Categoria: Processo telematico    Visite: 28
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La sanzione Ue per abuso di posizione dominante di Android arriva con sette anni di ritardo rispetto all’attuazione della pratica scorretta da parte di Google, e con ben quattro anni di ritardo rispetto alla completa cessazione di una delle condotte sanzionate. Ecco perché non scalfirà la posizione del colosso Usa

La sanzione da  4,34 miliardi di euro comminata dall’Unione europea a Google il 18 luglio scorso, per l’abuso di posizione dominante nel settore mobile con la sua piattaforma Android non ha provocato particolari scossoni all’andamento del titolo Alphabet. Una circostanza che ha fatto subito pensare che la misura europea abbia in realtà un impatto meno significativo di quanto si potrebbe pensare sulla situazione del colosso di Mountain View (che comunque impugnerà la decisione).

L’impatto (minimo) della sanzione Ue su Alphabet

Per comprendere il perché della fredda reazione dei mercati è bene precisare che l’indagine della Commissione è iniziata nel 2013, che si basa su condotte iniziate ancora nel 2011 (anno in cui Google avrebbe assunto una posizione dominante nel mercato mobile) e che Google ha cessato una delle tre condotte oggetto di sanzione (quella relativa agli incentivi economici per i produttori che avessero installato in via esclusiva Google Search) ancora nel 2014.

La sanzione arriva quindi con sette anni di ritardo rispetto all’attuazione della pratica commerciale scorretta da parte di Google, e con ben quattro anni di ritardo rispetto alla completa cessazione di una delle condotte sanzionate.

Si può quindi ben comprendere come Google, nei sette anni in cui ha attuato le proprie politiche commerciali scorrette, abbia consolidato un predominio nell’ambiente mobile ben difficile da scalzare.

Anzi, tanto era forte la posizione di Google che questa, già nel 2014, poteva permettersi di cessare una delle condotte abusive senza subire alcuna conseguenza negativa e continuando anzi a guadagnare quote di mercato in ambiente mobile (ad oggi il 95% delle ricerche effettuato in ambiente Android passa attraverso il sistema di ricerca Google).

L’ecosistema Android e il “bundle” di Google

L’ecosistema Android non è infatti cambiato molto dal 2014 ad oggi e la predominanza di Google come motore di ricerca per l’ambiente mobile si è poi rafforzata con servizi ulteriori(esempio ricerca vocale, per immagini, tramite assistente, etc..) che Google, sfruttando la sua posizione e l’assoluta conoscenza del sistema operativo, riesce ad implementare prima degli altri.

La Commissione propone come soluzione il cosiddetto “unbundling” dei sistemi di ricerca Google dal pacchetto di vendita delle licenze connesse con la distribuzione Android.

Sebbene infatti Google fornisca gratuitamente la piattaforma Android ai produttori (nella versione cosiddetta AOSP, Android Open-Source Project), la stessa Google cede sotto licenza alcuni elementi accessori ma essenziali per il successo di uno smartphone, tra questi il più importante è senz’altro il Play Store (l’applicazione che garantisce accesso a oltre tre milioni di applicazioni, indicizzate ed in parte verificate, e che costituisce parte integrante dell’ecosistema Android).

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