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diritto pratico

Il reato di ingiuria: la variabilità a seconda del luogo e del soggetto ai cui è rivolta. La strategia del difensore durante l’esame del testimone ostile.

Pubblicato Lunedì, 20 Gennaio 2014 da Giuseppe    Categoria: Giustizia Penale    Visite: 16555
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le regole del processo penale

Prendiamo spunto da una recente sentenza della Corte di cassazione - Sezione V^, sentenza 14 maggio – 11 settembre 2013 n. 37301 – per affrontare brevemente due temi interessanti: l’uno in tema di ingiuria e l’altro - con un approccio maggiormente pragmatico - in tema di condotta dell’avvocato in sede processuale.

In riferimento al primo profilo occorre ricordare che l’art. 594 c.p. al primo comma punisce “chiunque offende l’onore o il decoro di una persona presente è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a € 516” mentre i commi 3 e 4 del medesimo articolo prevedono inasprimenti di pena rispettivamente se l’attribuzione ingiuriosa riguarda un fatto determinato o è commessa (oltre che alla presenza dell’interessato) anche al cospetto di terzi.

Per onore è da intendersi l’insieme delle qualità morali di un individuo e per decoro quel coacervo di ulteriori qualità e condizioni che influiscono sulla valutazione del valore sociale (ovvero rispetto e quale membro ella comunità di appartenenza prima fra tutti quella di cittadino) dell’individuo.

L’onore ed il decoro di un individuo (in questo caso, presente al cospetto di colui che lo offende) possono ovviamente ledersi nelle forme più varie (sia utilizzando i gesti che le parole) e, perché si realizzi il reato, occorre che il soggetto al quale è diretta l’ingiuria sia effettivamente individuabile ed identificabile mentre non occorre che lo stesso la percepisca (la norma, invero, contempla la sola presenza non già la corretta percezione della frase, l’epiteto o il gesto offensivo).

Il Legislatore ha inteso correttamente punire più severamente l’offesa nel caso in cui:

  • la stessa si configuri quale attribuzione di un fatto determinato proprio perché la maggiore precisione e puntualità dell’addebito ingiurioso rappresenta una maggiore lesione del diritto al buon nome della vittima posto che l’offesa – proprio per la sua minore genericità – appare essere più credibile per i terzi;
  • l’offesa sia veicolata – oltre che alla presenza della persona offesa – anche a più soggetti che, evidentemente, caratterizzano l’ingiuria di una maggiore pubblicità e, quindi, lesività.

Come ho accennato, la natura dell’ingiuria può essere la più varia cosicché realizzano sicuramente il reato quegli epiteti offensivi di per sé assolutamente volgari (stronzo, rompicoglioni e chi più ne conosce ne metta) ma anche le frasi, gli ammiccamenti, i sottesi evidenti e quant’altro abbia effettivamente la portata di ledere il buon nome della vittima.

Vale la pena qui appena accennare (poiché il tema meriterebbe ben altro approfondimento) che con il passare delle epoche e della percezione sociale del peso delle offese all’onore, alla reputazione ed al decoro è mutata anche la valutazione giuridica della soglia oltre la quale la libertà di espressione sconfina nel reato.

Un aggettivo, un epiteto o un gesto che solo cinquant’anni addietro poteva essere considerato una grave offesa e, quindi, poteva essere punito a titolo di ingiuria (…mi viene in mente il desueto termine di “fellone” o simili…), oggi difficilmente potrebbe dar vita ad un procedimento penale (e sempre sul tema dello stretto parallelismo tra attualità del vocabolario ed ingiuria si consideri, in generale, l’evoluzione che ha avuto il nostro lessico a seguito della diffusione della tecnologia e agli inglesismi sconosciuti in passato).

Nella valutazione concreta della condotta ingiuriosa è opportuno che il Giudice (ed insieme a lui tutte le altri parti del processo) consideri che le offese possono essere tali anche a seconda del contesto in cui sono proferite e percepite e che, soprattutto, dal setting dipende sicuramente la portata delle conseguenze dannose che la vittima può subire (e, quindi, anche il risarcimento che alla stessa potrà essere riconosciuto.

Per esempio, l’epiteto “ignorante” affibbiato ad un rinomato professore universitario durante un convegno che coordina quale moderatore configurerà un’offesa ben maggiore rispetto a quella insita nel medesimo aggettivo rivolto da un tifoso ad un sostenitore della squadra avversaria durante una partita….

Il caso affrontato nella sentenza qui sotto riportata in massima lambisce proprio il concetto appena illustrato. Si tratta di una frase a dir poco scortese rivolta da un teste al difensore che lo esaminava (evidentemente incalzandolo) durante un processo.

Appellare un soggetto “questo tizio qua” non appare astrattamente configurare un’offesa penalmente rilevante; ma se il medesimo concetto (accompagnato – a dire il vero – dalla volontà di non scambiare parola alcuna con il professionista) viene espresso in un contesto formale come un’udienza rivolto ad un difensore impegnato nel suo ruolo professionale; allora è indubbia la portata ingiuriosa della frase come, del resto, valutato dalla Corte di cassazione:

"... Integra oggettivamente e soggettivamente, il reato di ingiuria, il comportamento della parte che si rivolga all’avvocato che la sta esaminando, nel corso di un dibattimento penale, con l’espressione “non voglio palare con questo tizio qua”, trattandosi di locuzione che, esprimendo sostanziale disprezzo per la persona del professionista, si traduce in una gratuita offesa alla dignità personale dell’interlocutore, in cui è insita la piena consapevolezza della sua attitudine lesiva ...

****

La massima in commento e l’argomento fin qui trattato mi offre l’occasione di fare alcune osservazioni in merito al migliore approccio che il difensore è opportuno adotti per la proficua gestione del testimone ostile ovvero il testimone che non intende in modo alcuno corroborare la tesi del difensore (e, come noto, anche la persona offesa, dal resto, è un teste che, sicuramente, non avrà alcun interesse a validare la tesi difensiva intessuta dal difensore per l’imputato).

E’ evidente che l’avvocato – nel caso decida di non poter fare a meno di esaminare il teste che sa essere ostile – dovrà adottare ogni accorgimento per evitare uno scontro frontale con il teste.

Invero, l’atteggiamento aggressivo, guardingo e prevenuto del testimone (che già si siede al cospetto dell’avvocato certo che il suo “nemico” gli sta per rivolgere delle domande) impedisce che dallo stesso sia possibile trarre notizie e particolari utili per l’imputato che il professionista sta difendendo.

Come accennato, la prima scelta fondamentale dell’avvocato è quella se rinunciare o meno a porre domande ad un testimone potenzialmente assai lesivo per le sorti del cliente.

Solitamente è necessario farlo solo se:

  • si ha un obbiettivo ben preciso (ad esempio minarne la credibilità);
  • se si hanno degli atti alla luce dei quali è possibile contestare le risposte “errate” del teste ostile;
  • si hanno le capacità per porre delle domande “chiuse” che lascino poco o nessuno spazio al teste che deve essere condotto passo passo dal difensore per tutta l’escussione senza dannose divagazioni;
  • se il non porre alcune domande appare maggiormente lesivo che porne alcune (anche solo dall’esito neutro).

In ogni caso, quando l’avvocato si determina ad escutere il teste ostile, DEVE ASSOLUTAMENTE evitare di creare (o, meglio) alimentare un clima di scontro con il testimone poiché in tale caso il teste:

  • accentuerà la sua indisponibilità a collaborare;
  • aumenterà il livello di attenzione azzerando l’insidiosità di eventuali domande suggestive dell’avvocato;
  • non si lascerà scappare la minima occasione per arricchire la propria deposizione con particolari in contrasto con la linea difensiva;
  • e, in generale, alzerà la propria soglia di attenzione inficiando eventuali iniziative dell’avvocato.

Nel caso della Sentenza in esame – considerando l’incipit della testimonianza – il difensore avrà sicuramente avuto notevoli difficoltà a rendere il clima processuale più sereno ed il teste maggiormente collaborativo.


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