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Ddl Orlando ecco le conseguenze giudiziarie delle intercettazioni con trojan – di Monica A Senor

Pubblicato Martedì, 13 Giugno 2017 da Diritto Pratico    Categoria: Processo telematico    Visite: 91
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Assolutamente ineludibile colmare il vuoto normativo del Ddl Orlando che lascia i cittadini senza tutele di fronte all’enorme potenzialità invasiva e pervasiva dei captatori informatici

È iniziata il 22 maggio alla Camera la discussione, in assemblea, del disegno di legge Orlando recante modifiche al codice penale, al codice di procedura penale ed all’ordinamento penitenziario.

Il testo in esame è quello approvato (con voto di fiducia) in via definitiva alla Camera martedì 15 giugno, dopo essere passato anche al Senato e quindi ora in attesa solo della delega di Orlando per diventare efficace.

Come si legge nel resoconto della discussione generale, la 2ª Commissione Giustizia in sede referente, a cui il disegno è stato assegnato, ha ritenuto di non modificare il testo trasmesso dal Senato per scongiurare il rischio di una sua mancata approvazione visto l’approssimarsi della fine della legislatura.

Le direttrici su cui muove il DDL, che pur non apportando riforme sistematiche introduce comunque dei piccoli correttivi in grado di incidere in maniera non indifferente sulla giustizia penale, possono essere ricondotte a tre principi: 1) giustizia riparativa; 2) deflazione processuale; 3) inasprimento del c.d. doppio binario.

Al primo indirizzo vanno ricondotte non solo la nuova causa di estinzione del reato per condotte riparatorie (art.1, comma 1, DDL), ma anche l’inserimento, tra i criteri a cui dovrà attenersi il Governo nell’adottare il decreto legislativo per la riforma dell’ordinamento penitenziario, di “attività di giustizia riparativa e delle relative procedure, quali momenti qualificanti del percorso di recupero sociale sia in ambito intramurario sia nell’esecuzione delle misure alternative” (art.1, comma 85, lett. f), DDL).

La filosofia della giustizia riparativa, la ristorative justice elaborata negli Stati Uniti negli anni ’70, si fonda sulla valorizzazione della riconciliazione tra autore e vittima mediante attività riparatrici finalizzate alla ricomposizione della frattura sociale causata da un reato. Si tratta di un approccio che mette al centro del processo penale le persone e si basa su di un concetto di responsabilizzazione dell’agente nei confronti non dello Stato bensì della persona offesa, concetto che si allontana molto dalla teoria retributiva della pena che caratterizza il nostro codice penale.

Difficile, oggi, prevedere se tale concezione, invero di matrice più sociologica che giuridica, troverà terreno fertile nelle nostre aule di giustizia.

Le critiche più diffuse alla nuova causa di estinzione del reato si incentrano sul fatto che, stando alle prassi ed all’esperienza passate, quando l’autore ha interamente riparato il danno cagionato dal reato, mediante restituzione del maltolto o la corresponsione di un risarcimento, la persona offesa solitamente rimette la querela ed il procedimento si estingue per improcedibilità dell’azione penale; la previsione di una causa di estinzione basata sugli stessi presupposti ma nell’ipotesi di assenza di remissione della querela pare quindi, sulla carta, di scarsa utilità. Una dimostrazione dell’assunto si rinverrebbe nel sostanziale fallimento dell’art.35 del D. L.vo 274/2000 che prevede un’ipotesi di estinzione del tutto sovrapponibile a quella in esame nei procedimenti penali avanti il Giudice di Pace.

A parere di chi scrive, così come accaduto per la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto introdotta con la L.28/2015, non sarà tanto la previsione astratta quanto la sua concreta applicazione a decretare il successo o meno dell’istituto.

Certamente, nell’ottica di favorire l’applicazione della norma, va valutata positivamente la contestuale previsione (art.1, comma 16, DDL) di una delega al Governo per un ampliamento del ventaglio dei reati procedibili a querela, in particolare tra quelli contro la persona ed il patrimonio.

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