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Cassazione il conservatore accreditato di documenti è affidabile “di default” – di Francesco Minazzi

Pubblicato Martedì, 25 Luglio 2017 da Diritto Pratico    Categoria: Processo telematico    Visite: 33
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La Cassazione pone le basi di un nuovo orientamento interpretativo: l’affidabilità intrinseca del conservatore accreditato. Ma dando così alto valore all’accreditamento, rischia di indurre i titolari di documenti a rivolgersi esclusivamente a conservatori accreditati, alimentando una distorsione del mercato

Sempre più frequentemente negli ultimi anni i Tribunali italiani si trovano ad affrontare una variegata casistica di vicende legate all’uso delle nuove tecnologie.

E’ un’evoluzione naturale, dato che – chiaramente – l’informatica è diventata pervasiva nella vita quotidiana, nei traffici commerciali e giuridici, nonché nell’amministrazione pubblica.

Nonostante la digitalizzazione proceda con lentezza – soprattutto nel settore pubblico – e sia veicolata, per lo più, da imposizioni normative, come nel caso della fatturazione elettronica o del processo telematico, non può certo negarsi la forte espansione del settore privato.

Di conseguenza, è scontato che aumenti anche la facilità con cui i processi giudiziari debbono confrontarsi con l’information technology.

Recentemente, il più alto consesso giudiziario italiano – la Cassazione – si è trovata a giudicare, per la prima volta, circa la validazione temporale (e indirettamente circa la conservazione digitale) dei documenti informatici, tema di cui si è già parlato in queste pagine proprio in riferimento al lavoro giudiziale degli avvocati.

Il caso

La decisione (sent., 23.05.2017, n. 12939) trae origine da una procedura concorsuale: per la precisione, dall’opposizione allo stato passivo di un fallimento, presentata da un creditore, il quale aveva depositato nel processo dei contratti di leasing sotto forma di documenti informatici, la cui data certa veniva certificata mediante apposizione di marca temporale da parte di un certificatore accreditato.

Il Tribunale, per ben due volte, respinge le opposizioni: la seconda volta, arriva ad affermare un onere della prova, gravante sul creditore, il quale sarebbe chiamato a dimostrare la conformità dell’operazione di digitalizzazione dei documenti alle regole tecniche in materia di generazione delle firme digitali e validazione temporale dei documenti informatici.

La Corte di Cassazione, tuttavia, ribalta la decisione, mostrandosi di tutt’altro avviso.

Infatti, il Tribunale fallimentare aveva ritenuto onere del creditore dimostrare il rispetto delle suddette regole tecniche da parte del certificatore – senza precisare, peraltro, quale legge o provvedimento imponesse un simile dovere.

Non è esplicitamente addossato, infatti, al titolare del documento digitale alcun onere probatorio di questo tipo: come sottolineato dalla Suprema Corte, si applica, invece, una presunzione di conformità delle attività compiute dal certificatore accreditato alle predette regole tecniche (peraltro, la Corte richiama le “vecchie” regole tecniche, di cui al DPCM 30.03.2009, ora sostituito dal DPCM 13.11.2014).

In sostanza, la Cassazione afferma implicitamente che, se un soggetto ha ricevuto un accreditamento istituzionale come certificatore, l’esame cui è sottoposto dovrebbe fornire idonee garanzie circa il rispetto delle pertinenti regole tecniche da parte di tale soggetto.

Al contrario, l’onere di provare la violazione della suddetta normativa tecnica spetta a chi intenda contestare che, nel caso concreto, la conformità non sussiste.

Per tale motivo, la Corte accoglie il ricorso e deve essere apprezzata la concisione e semplicità con cui la sentenza affronta il tema, spesso considerato ostico dagli operatori.

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